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I lavoratori non si sentono più rappresentati dai sindacati?

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Ogni organizzazione sindacale ha il dovere di realizzare un’analisi attenta e dettagliata del proselitismo che riesce a generare nel corso del tempo anche per certificare la qualità del lavoro svolto. C’è una narrazione su questo tema molto ricca, spesso elaborata da grandi giornalisti oppure intellettuali del periodo, che razionalmente e con dati alla mano disquisiscono sull’appeal e quindi su “quante tessere” ad oggi il sindacato può contare.

Le organizzazioni sindacali -se partiamo dagli anni 60′- hanno influenzato le scelte economiche e politiche dello stato. Avevano un potere di veto su tutto, insieme allo stato hanno sconfitto il terrorismo, promulgato politiche economiche che hanno fatto crescere il paese e risolto diverse crisi come quella valutaria del 1992.

Se poi guardiamo l’ammontare dei diritti che il sindacato è riuscito ad ottenere per il bene dei lavoratori allora la discussione sarebbe molto lunga.

La regola principale per far sì che le organizzazioni siano prolifiche sarà sempre quella di avere un certo equilibrio tra debolezza e forza. Che vuol dire? I Sindacati troppo forti sono un elemento di squilibrio nella dinamica dei poteri in una democrazia rappresentativa. Al contrario, la loro eccessiva debolezza è il sintomo di una malattia degenerativa del sistema che dovrebbe preoccupare ancor di più. Quindi trovare un giusto equilibrio è la strada giusta da percorrere sempre e comunque.

Se andiamo ad analizzare invece i giorni nostri la situazione è diametralmente opposta. Il numero di tesserati e la risposta al sindacato da parte dei lavoratori è un po’ più bassa rispetto al passato. Ma questo “fatto” va contestualizzato. Molti sociologi contemporanei hanno svolto ricerche qualitative su questo tema, sopratutto coloro che si occupano di politiche economiche. Possiamo riassumere affermando che a fronte di un numero di “tessere” più basso, spesso dovuto anche alla crisi e quindi alla perdita del posto di lavoro che di converso provoca la “revoca” della tessera per giusti e legittimi motivi economici, ci sono delle persone che si sentono sfiduciate e deluse dall’operato delle singole sigle sindacali decidendo di togliersi l’affiliazione. Ma c’è un aspetto che i vari detrattori non hanno mai elaborato ed è qui che noteremo come l’indagine qualitativa sia più profonda di una elaborazione più quantitativa e basata solo sui numeri,infatti le indagini sociologiche affermano che l’appeal del sindacato rispetto al passato non è cambiato.  Una percentuale molto alta di lavoratori “senza tessera” (per diverse motivazioni) hanno affermato che -nonostante la loro scelta di revocare l’affiliazione all’organizzazione- ritengono il sindacato l’unico apparato che può far migliorare il paese.La loro partecipazione alle manifestazioni oppure a qualsiasi altra forma di protesta e di azione sarà totale e convinta. Ne deriva quindi una totale vicinanza alle dinamiche sindacali anche senza la “tessera”,forse anche più importante rispetto al passato,infatti, secondo il campione analizzato dagli esperti, per credere nell’azione sindacale servono un numero massiccio di lavoratori che “riempiono la piazza”. I proventi economici -continuano i lavoratori-derivanti dall’affiliazione può essere risolto con una gestione oculata dell’organizzazione sindacale. Ci credono nell’operato del sindacato e lo seguiranno nonostante tutto e sono pronti a tornare a tesserarsi solo quando il sindacato torna ad incidere in maniera più marcata nella vita economica del paese.

Abusando ancora di queste indagini  sociologiche spiegheremo cosa i lavoratori chiedono per tornare ad avere “la tessera”.

Il Sindacato -affermano- dovrà dare risposte positive a 3 sfide importanti::

La prima sfida riguarda le forme di flessibilità negli inquadramenti contrattuali e la persistenza di forme di stabilità occupazionale. Si tratta del legame tra chi è dentro e chi è fuori i contesti organizzativi, tra gli insider e gli outsider. Nella situazione attuale, tutti i lavoratori, per certi versi, sono passibili di diventare outsider, e quindi di poter trovarsi a sperimentare quelle critiche condizioni di coloro che sono già esclusi dalla partecipazione al mercato del lavoro. La categoria della rigidità è sottoposta, così, a una tensione che diventa una nuova sfida su cui reimpostare l’azione sindacale.

La seconda sfida è l’innalzamento delle conoscenze. Qui si gioca, in maniera particolare, tutta la questione su una parola, che è venuta fuori in maniera ricorrente, che è quella della meritocrazia. In altre parole, chi produce di più – si può ben affermare chi produce meglio – dovrebbe avere come conseguenza di ciò una forma di retribuzione e un riconoscimento del proprio lavoro diversi da quelli degli altri che producono meno e male. Entrano così in gioco i sistemi incentivanti: la produttività, la formazione, fino ad arrivare chiaramente ai premi di produttività che tanto interesse hanno suscitato nel dibattito sulle regole, sulle modalità e sugli strumenti da usare per modificare le relazioni industriali e le forme contrattuali nazionali.

Infine, la terza sfida che, come vi dicevo, investe le aspettative. Il tema delle aspettative rappresenta una sfida perché si inquadra nella ricerca di modalità capaci di instaurare quel rapporto fiduciario tra sindacato e lavoratori.

Possiamo concludere dicendo che il sindacato continua ad essere seppur in forme più  ideologica che di “Union card payment ” molto seguito e partecipato. Il futuro prossimo è etichettato come “industry 4.0”, sarà necessaria una linea sindacale atta a garantire lavoro,diritti e tutele ai lavoratori. La Fim Cisl c’è ed è pronta a fare il suo lavoro, anzi è da molto che ha iniziato a lavorare sindacalmente sulle sfaccettature del “4.0”. La formazione, per esempio è stata oggetto di discussione sia a livello di CCNL nazionale che a livello di accordi aziendali. Oggi le aziende devono formare obbligatoriamente i dipendenti con percorsi formativi in linea con le esigenze dell’azienda e in modo condiviso con le R.S.U. A livello territoriale la Fim Cisl ha iniziato una strategia che serve a garantire tutele ambientali. Si l’ambiente, perché oggi il sindacato è chiamato a proteggere il lavoratore anche nel suo tempo libero. E’ illogico parlare di sicurezza nelle mura dello stabilimento e poi avere un inquinamento catastrofico. Ci saranno molte strade che percorreremo nel campo dei diritti e del lavoro, e onoreremo sempre la fiducia che i lavoratori ci danno.

A livello provinciale la Fim Cisl è la prima organizzazione e fortunatamente forme di deflessione del numero di tesserati non c’è.

Ma non è questione di fortuna, ma di saper fare un sindacato serio, coerente e vicino ai lavoratori.

 

Raffaele Santoro